L’amore Proibito della Principessa.

scritto da Deysiel
Scritto 2 mesi fa • Pubblicato 2 mesi fa • Revisionato 2 mesi fa
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Nata in una gabbia di velluto, la principessa Elira ha tutto ciò che il mondo invidia... tranne la libertà di scegliere chi essere. Kael, il giullare di corte dagli occhi scuri e dal sorriso da peccato, è l'unico che osa guardarla come una donna.
- Nota dell'autore Deysiel

Testo: L’amore Proibito della Principessa.
di Deysiel

Capitolo I: La Principessa ed il Giullare

La principessa Elira di Valdorien era nata in una gabbia dorata. Non una gabbia crudele, non fatta di catene o serrature, ma di velluti, rituali e aspettative. Ogni mattina, quando le ancelle aprivano le tende di broccato e la luce filtrava come un giudizio, lei provava la stessa sensazione: un nodo allo stomaco, un peso sul petto, come se il giorno non fosse un dono ma un dovere. Aveva vent'anni e nessuno, nemmeno lei, sapeva cosa desiderasse davvero. Era bella, sì—una bellezza che non aveva scelto, una bellezza che tutti le ricordavano come un merito che non aveva conquistato. I capelli neri, ricci, ribelli come onde in tempesta; la pelle chiara, gli occhi scuri e profondi, sempre un po' lucidi, come se trattenessero lacrime che non voleva mostrare. Era timida, introversa, eppure vanitosa: non per superficialità, ma perché l'unica cosa che sentiva davvero sua era il modo in cui si guardava allo specchio. Lì, almeno, poteva decidere chi essere. Nel resto del mondo, decidevano gli altri.

Il castello era un luogo immenso e silenzioso, pieno di corridoi che odoravano di pietra fredda e cera consumata. Ogni passo risuonava come un eco di solitudine. Elira camminava spesso da sola, con le mani intrecciate davanti al petto, come se temesse che qualcuno potesse leggerle i pensieri. La corte la osservava sempre: i nobili la giudicavano, le dame la imitavano, i consiglieri la studiavano come un oggetto fragile da non far cadere. Nessuno, però, la vedeva davvero. Nessuno tranne lui.

Lui, il giullare.

Il suo nome era Kael. Alto, spalle larghe, capelli neri come la notte e occhi scuri, taglienti, di quelli che ti guardano come se sapessero già tutto di te. Non aveva l'aria buffa che ci si aspetta da un giullare: era un uomo che sembrava fuori posto, come se il ruolo gli stesse stretto, come se la sua vera natura fosse un'altra, più pericolosa, più intensa. Aveva uno sguardo da dannato, da uomo che ha visto troppo, che ha perso troppo, che non teme nulla. Un cattivo ragazzo, direbbero le dame. Un uomo che sa ciò che vuole e sa come prenderselo, direbbero gli uomini. Un problema, direbbero i consiglieri. Ma Elira... Elira non sapeva cosa dire. Perché ogni volta che lui entrava nella sala grande, con il suo sorriso storto e quel modo di muoversi che sembrava una sfida al mondo intero, lei sentiva qualcosa che non aveva mai provato: un tremito, un calore, un richiamo.

La prima volta che lo vide davvero—non come un intrattenitore, non come un volto tra tanti—fu durante una delle interminabili cerimonie di corte. Lei era seduta sul trono minore, con la schiena dritta e il collo rigido, mentre il re e la regina ascoltavano l'ennesimo discorso politico. Kael entrò nella sala con passo lento, quasi annoiato, come se nulla potesse impressionarlo. Indossava il suo abito da giullare, ma su di lui sembrava una maschera, non un'identità. Le campanelle cucite ai bordi non tintinnarono nemmeno: era come se anche il suono avesse paura di disturbarlo.

Elira lo guardò. Lui la guardò. Non un secondo, non un attimo fugace: un vero sguardo, pieno, diretto, proibito. Lei arrossì immediatamente, abbassando gli occhi come una bambina sorpresa a rubare dolci. Lui sorrise, un sorriso lento, sicuro, quasi predatorio. Un sorriso che diceva: ti ho vista. E per la prima volta nella sua vita, Elira si sentì viva.

Da quel giorno, la noia di essere principessa divenne ancora più insopportabile. Perché ora sapeva che esisteva qualcosa oltre i doveri, oltre le regole, oltre la perfezione imposta. Esisteva lui. E ogni volta che lo incrociava nei corridoi, ogni volta che lo vedeva esibirsi per la corte, ogni volta che sentiva la sua voce roca e profonda, il suo cuore batteva più forte. Non avrebbe dovuto guardarlo. Non avrebbe dovuto pensarlo. Non avrebbe dovuto desiderarlo. Ma lo faceva.

Una sera, mentre il castello si preparava al ballo d'inverno, Elira si rifugiò nella terrazza nord, quella che dava sui giardini innevati. Aveva bisogno di respirare, di sfuggire ai complimenti falsi, ai sorrisi forzati, ai discorsi vuoti. Il vento le scompigliava i ricci, portando con sé l'odore della neve. Chiuse gli occhi, lasciando che il freddo le pizzicasse le guance. E fu allora che sentì una voce alle sue spalle.

«Fuggire dalla festa prima ancora che inizi... un gesto audace, principessa.»

Il cuore le saltò in gola. Si voltò lentamente. Kael era lì, appoggiato al muro, le braccia incrociate, lo sguardo scuro che la trapassava. Non sorrideva. Non scherzava. La guardava come se fosse l'unica cosa interessante in quel castello.

«Io... non sto fuggendo» mormorò lei, anche se era esattamente ciò che stava facendo.

«Certo che sì» disse lui, avvicinandosi di un passo. «E fai bene. Le feste di corte sono una tortura.»

Lei abbassò gli occhi, imbarazzata. «Non dovresti parlarmi così.»

«Perché?» chiese lui, un altro passo avanti. «Perché sei una principessa?»

«Sì.»

«E tu credi davvero che questo ti renda diversa da me?»

Elira non rispose. Non sapeva cosa dire. Non sapeva come respirare.

Kael le sfiorò il mento con un dito, sollevandole il viso. Un gesto lento, sicuro, proibito. «Io non vedo una principessa» sussurrò. «Vedo una ragazza che muore dalla voglia di essere libera.»

Lei trattenne il fiato. Lui la guardava come nessuno l'aveva mai guardata: non come un simbolo, non come un dovere, non come un ornamento. La guardava come una donna.

«E tu» disse lei, con un filo di voce, «chi sei davvero?»

Kael sorrise, ma non rispose. Si voltò, pronto ad andarsene, e prima di sparire nel corridoio aggiunse: «Quando lo scoprirai... sarà troppo tardi per tornare indietro.»

Elira rimase immobile, con il cuore che batteva come un tamburo. Non sapeva cosa intendesse. Non sapeva perché quelle parole la facessero tremare. Ma sapeva una cosa: da quel momento, la sua vita non sarebbe più stata la stessa.

La principessa rimase sulla terrazza ancora qualche istante dopo che Kael se ne fu andato, con il cuore che batteva troppo forte e il respiro che non voleva calmarsi. Era arrabbiata. Non con lui. Con sé stessa. Perché bastava un suo sguardo per farle perdere l'equilibrio, per farle dimenticare chi era, cosa doveva essere.

E questo non poteva permetterselo.

Quando rientrò nella sala del ballo, la musica era già iniziata. I lampadari di cristallo brillavano come stelle intrappolate, le dame roteavano nei loro abiti pesanti, i nobili ridevano con quella risata vuota che Elira aveva imparato a riconoscere da anni. Tutto era perfetto. Tutto era finto.

E poi lui entrò.

Kael non aveva alcun motivo per essere lì: i giullari non partecipavano ai balli ufficiali, non erano invitati, non erano considerati parte della scena. Eppure eccolo, appoggiato a una colonna, le braccia incrociate, lo sguardo scuro che la cercava come se fosse l'unica persona nella stanza.

E quando la trovò, sorrise. Quel sorriso lento, sicuro, arrogante.

Elira sentì il sangue salire alle guance.

No.

Non di nuovo.

Non davanti a tutti.

Si voltò di scatto, fingendo di osservare un arazzo, ma lui era già dietro di lei. Non capì come avesse attraversato la sala così in fretta. Non capì come avesse fatto a non farsi notare. Capì solo che era troppo vicino.

«Principessa» mormorò, la voce bassa, quasi un tocco sulla pelle.

Lei si irrigidì. «Non dovresti essere qui.»

«Eppure ci sono.»

«Allora vattene.»

Kael rise piano. «Così acida, stasera?»

Elira serrò la mascella. «Non sono acida. Sono... occupata.»

«A guardare un arazzo?»

La sua voce era un sorriso.

Lei si voltò di scatto, gli occhi scuri che brillavano di irritazione. «Non ti riguarda ciò che faccio.»

«Oh, invece sì» disse lui, avvicinandosi ancora. «Tutto ciò che fai mi riguarda.»

Elira sentì il cuore crollarle nel petto.

Perché lui parlava così?

Perché la guardava così?

Perché sembrava sapere esattamente cosa le stava succedendo dentro?

«Smettila» sibilò lei, cercando di mantenere un tono freddo. «Non puoi parlarmi in questo modo.»

«E tu non puoi guardarmi come mi guardi» ribatté lui, senza esitazione.

Lei spalancò gli occhi. «Io non ti guardo in nessun modo!»

«No?»

Kael inclinò la testa, gli occhi che la trapassavano.

«Allora perché arrossisci ogni volta che mi avvicino? Perché ti irrigidisci quando ti sfioro? Perché scappi quando entro in una stanza?»

Elira si morse il labbro, furiosa. «Perché sei irritante.»

«E tu sei una pessima bugiarda.»

Lei fece un passo indietro. Lui un passo avanti.

Era un gioco.

Un duello.

Un incendio.

«Non so cosa tu creda di ottenere comportandoti così» disse lei, cercando di sembrare superiore, distaccata, regale.

Kael sorrise. «Quello che voglio.»

«E cosa vuoi?»

La domanda le uscì prima che potesse fermarla.

Lui non rispose subito. La guardò. Lentamente. Dall'attaccatura dei capelli ai ricci ribelli, dagli occhi lucidi alle labbra che lei cercava di tenere serrate, fino al collo sottile che tremava appena.

Uno sguardo che la spogliava senza toccarla.

«Te» disse infine, con una semplicità devastante.

Elira sentì il mondo fermarsi.

La musica, le risate, le voci... tutto svanì.

Rimase solo lui.

E quella parola.

«Non puoi» sussurrò lei, quasi implorando.

«Posso» rispose lui. «E lo farò.»

Lei scosse la testa, cercando di ritrovare la sua maschera. «Io non sono interessata.»

Kael rise piano, un suono caldo, incredulo. «Principessa... tu sei interessata più di chiunque altro in questa sala.»

«Non è vero.»

«Allora guardami negli occhi e ripetilo.»

Elira lo fissò.

Gli occhi scuri, profondi, pericolosi.

Lo sguardo da dannato che sembrava promettere peccati e redenzione allo stesso tempo.

Aprì la bocca.

Nessuna parola uscì.

Kael sorrise. «Ecco.»

Lei si voltò di scatto, il cuore in gola, e si immerse tra la folla, cercando di confondersi tra i colori e i profumi. Ma non servì.

Ogni passo che faceva, sentiva il suo sguardo sulla schiena.

Ogni respiro, sentiva la sua presenza avvicinarsi.

E quando la musica cambiò, quando la sala si aprì per la danza principale, una mano forte le afferrò il polso.

Non con violenza.

Con decisione.

Elira si voltò.

Kael era lì.

Troppo vicino.

Troppo sicuro.

«Balla con me» disse.

«Non posso.»

«Non ti ho chiesto se puoi.»

Lei deglutì. «Kael... ci stanno guardando.»

«Lascia che guardino.»

«È proibito.»

«Le cose proibite sono le uniche che valgono la pena.»

Elira sentì il cuore esploderle nel petto.

Non poteva.

Non doveva.

Non voleva.

Eppure...

La sua mano non si ritirò.

Kael la tirò verso di sé, lentamente, come se avesse tutto il tempo del mondo.

E quando la musica iniziò, la principessa Elira di Valdorien ballò con il giullare di corte.

Davanti a tutti.

Senza più maschere.

Senza più scuse.

E fu in quel momento che capì una verità che la spaventò più di qualsiasi altra cosa.

Non era lui il pericolo.

Era ciò che lei diventava quando lui era vicino.

Quando gli applausi si spensero e la musica morì in un ultimo sospiro, Elira fece un passo indietro come se avesse toccato il fuoco. Il contatto con Kael era ancora sulla sua pelle, come un'eco che non voleva svanire.

E proprio per questo doveva spegnerlo.

«È stata una follia» disse lei, con un tono tagliente che non le apparteneva. «Non doveva accadere.»

Kael la guardò, senza scomporsi. «Ma è accaduto.»

«E non accadrà più.»

«Perché lo dici come se stessi cercando di convincere te stessa?»

Elira si irrigidì. «Perché è la verità.»

Kael fece un passo verso di lei. Lei ne fece uno indietro.

Era quasi comico, se non fosse stato tragico.

«Principessa Elira...» iniziò lui.

«Non chiamarmi così» lo interruppe, la voce più acida del previsto. «Non siamo amici. Non siamo... niente.»

Kael sollevò un sopracciglio. «Niente?»

«Esatto.»

«Strano. Sembrava qualcosa, mentre mi stringevi la mano.»

«Non ti ho stretto la mano.»

«Ah no?»

Lei arrossì, furiosa. «È stata una danza. Una. E non significa nulla.»

Kael la fissò, e per la prima volta il suo sorriso si affievolì. Non sparì, ma cambiò. Divenne più lento, più profondo.

Più vero.

«Tu puoi dire quello che vuoi, Elira. Ma io so riconoscere la paura quando la vedo.»

Lei si morse il labbro. «Non ho paura di te.»

«No. Hai paura di ciò che senti quando sono vicino.»

Elira sentì il cuore stringersi.

Era troppo.

Troppo diretto.

Troppo lucido.

«Non sento niente» disse, scandendo ogni parola come un colpo di spada.

Kael la guardò per un lungo istante.

Poi annuì.

Non per arrendersi.

Perché aveva capito il gioco.

«Come vuoi, principessa.»

Lei si voltò, pronta ad andarsene.

Ma lui aggiunse, con una calma che la fece tremare:

«Puoi negarlo quanto vuoi. Ma non puoi cancellare ciò che è successo.»

Elira si fermò.

Non si voltò.

Non gli diede la soddisfazione.

«Non è successo niente» disse, con una voce che non sembrava la sua. «E non succederà mai niente.»

E se ne andò.

Camminò via con la schiena dritta, il passo elegante, il volto impassibile.

La principessa perfetta.

Ma dentro...

Dentro era un caos.

Ogni passo era un colpo al petto.

Ogni respiro un nodo alla gola.

Ogni pensiero un nome che non voleva pronunciare.

Kael.

Non poteva permettersi di desiderarlo.

Non poteva permettersi di guardarlo.

Non poteva permettersi di sentirsi viva solo quando lui era vicino.

Era una principessa.

E lui...

Lui era tutto ciò che non doveva volere.

Quando raggiunse la sua stanza, chiuse la porta e si lasciò scivolare contro il legno, il respiro spezzato.

«Non lo voglio» sussurrò.

«Non lo voglio.»

«Non lo voglio.»

Ma il suo cuore, ostinato e crudele, batteva un'altra verità.

La mattina seguente, Elira si svegliò con un peso sul petto. Non era dolore. Non era paura. Era... qualcosa che non voleva nominare.

La danza della sera prima le tornava in mente a ondate: il suo sguardo, la sua mano, la sua voce.

E ogni volta che il ricordo riaffiorava, lei lo schiacciava giù con forza.

«Non significa niente» mormorò, seduta davanti allo specchio mentre un'ancella le sistemava i ricci ribelli. «Niente.»

Ma il suo riflesso non sembrava convinto.

Decise che avrebbe evitato Kael.

Non per debolezza.

Per controllo.

Perché una principessa non si lascia destabilizzare da un giullare arrogante con occhi troppo scuri e un sorriso troppo sicuro.

Scese nella sala della colazione con passo deciso, la schiena dritta, il volto impassibile.

La corte era già in fermento: consiglieri che discutevano, dame che ridevano, servi che correvano.

Perfetto.

Tra tutta quella gente, lui non avrebbe potuto avvicinarsi.

E infatti... non c'era.

Elira si sedette, sollevata.

Forse era stato solo un momento.

Forse lui aveva capito.

Forse tutto sarebbe tornato normale.

«Principessa.»

La voce arrivò alle sue spalle come un colpo di vento gelido.

Elira chiuse gli occhi un istante.

No.

No, no, no.

Si voltò lentamente.

Kael era lì, appoggiato a una colonna, le braccia incrociate, lo sguardo scuro che la trapassava.

Non sorrideva.

Non scherzava.

La guardava come se sapesse esattamente cosa stava facendo. 

«Non dovresti essere qui» disse lei, fredda come il marmo.

«Eppure ci sono.»

«Non ho tempo per te.»

«Non ti sto chiedendo tempo.»

Elira si alzò di scatto. «Allora cosa vuoi?»

Kael la osservò un istante, come se stesse scegliendo le parole.

Poi disse: «Voglio che tu mi guardi.»

Lei arrossì, furiosa. «Ti sto guardando.»

«No. Mi stai evitando.»

«Perché non ho nulla da dirti.»

«Strano. Ieri sembrava che avessi molto da dire.»

Elira serrò i pugni. «Ieri è stato un errore.»

Kael inclinò la testa. «Un errore che hai continuato per tutta la danza.»

«Non è successo niente.»

«Continui a ripeterlo.»

«Perché è la verità.»

Kael fece un passo avanti.

Lei uno indietro.

Di nuovo.

Sempre.

«Principessa» disse lui, con una calma che la irritava più di qualsiasi provocazione. «Puoi evitare me. Puoi evitare i tuoi sentimenti. Ma non puoi evitare te stessa.»

Lei lo fissò, gli occhi lucidi di rabbia. «Non provo niente per te.»

«Allora perché tremi?»

«Non tremo.»

«Perché arrossisci?»

«Non arrossisco.»

«Perché sei scappata ieri sera?»

«Non sono scappata.»

Kael sorrise appena. «Allora perché stai scappando adesso?»

Elira sentì il cuore crollarle nel petto.

Era troppo.

Troppo diretto.

Troppo vero.

«Basta» disse lei, la voce spezzata. «Non avvicinarti più a me.»

Kael la guardò.

Non con rabbia.

Non con delusione.

Con una calma pericolosa.

«Se è questo che vuoi... lo farò.»

Elira rimase sorpresa. «Davvero?»

«Sì.»

Fece una pausa.

«Ma non mentire a te stessa pensando che questo cambierà qualcosa.»

Lei strinse le labbra. «Certo che cambierà.»

Kael scosse la testa. «No, principessa. Cambierà solo il modo in cui cercherai di ignorare ciò che provi.»

Elira lo fissò, il cuore in tumulto.

Poi si voltò e se ne andò, il passo rigido, il respiro corto.

Non lo voleva.

Non lo voleva.

Non lo voleva.

Ma mentre lasciava la sala, sentì lo sguardo di Kael sulla sua schiena.

E capì che evitarlo sarebbe stato impossibile.

Non perché lui fosse ovunque.

Ma perché lui era dentro di lei.

E quello... non poteva evitarlo.

Elira passò l'intera mattina a evitare i corridoi dove pensava potesse trovarsi Kael.

E per la prima volta da quando lo conosceva... ci riuscì.

Nessuna battuta.

Nessun sorriso storto.

Nessun passo alle sue spalle.

Nessuno sguardo che la trapassava.

Il castello sembrava vuoto senza di lui.

E questo la irritava ancora di più.

«Meglio così» si ripeteva, camminando con passo rigido. «È esattamente ciò che volevo.»

Ma il suo cuore non sembrava d'accordo.

A metà mattina, la regina la convocò nella sala del trono.

Elira entrò con la solita grazia, pronta a un'altra conversazione noiosa.

Ma quando vide l'uomo accanto alla madre... il respiro le si bloccò.

Era alto, elegante, con capelli chiari e occhi azzurri come il ghiaccio.

Indossava un mantello ricamato, simbolo di un regno lontano.

E quando si inchinò davanti a lei, lo fece con una perfezione quasi teatrale.

«Principessa Elira» disse, con una voce profonda e gentile. «È un onore finalmente incontrarvi.»

Elira rimase immobile. «Chi...?»

La regina sorrise. «Il principe Aeryn di Lorthen. È arrivato ieri notte. È venuto per conoscerti.»

Conoscerti.

La parola le cadde addosso come una pietra.

Aeryn le prese la mano e la sfiorò con un bacio leggero. «Spero che avremo modo di parlare, principessa. Ho sentito molto su di voi.»

Elira arrossì.

Non per lui.

Perché sentì un brivido... di fastidio.

E non capiva perché.

Quando uscì dalla sala del trono, Aeryn le offrì il braccio.

Lei esitò.

Poi lo accettò, perché era ciò che una principessa doveva fare.

Camminarono lungo il corridoio principale, parlando di regni, di doveri, di viaggi.

Aeryn era perfetto.

Educato.

Affascinante.

Gentile.

Eppure... ogni parola che diceva scivolava su di lei senza lasciare traccia.

Finché non arrivarono nella sala grande.

E lì, appoggiato a una colonna, c'era Kael.

Non si mosse.

Non parlò.

Non fece nulla.

Ma quando vide Aeryn e Elira braccetto...

qualcosa nei suoi occhi cambiò.

Non rabbia.

Non dolore.

Qualcosa di più sottile.

Più pericoloso.

Gelosia.

Elira lo vide.

E il cuore le saltò in gola.

Aeryn, ignaro, continuò a parlare. «...e il viaggio attraverso le montagne è stato lungo, ma—»

«Sì» disse Elira, troppo in fretta. «Capisco.»

Kael distolse lo sguardo.

Come se non gli importasse.

Come se lei fosse aria.

E quello... la ferì più di qualsiasi parola.

Aeryn la guardò, confuso. «Vi sentite bene, principessa?»

«Benissimo» rispose lei, troppo acida. «Perché non dovrei?»

Kael non la guardava più.

Non la cercava.

Non la sfidava.

Era come se avesse spento qualcosa dentro di sé.

E questo la mandava fuori di testa.

Quando Aeryn si allontanò per parlare con un consigliere, Elira rimase sola al centro della sala.

Kael era ancora lì, immobile, come una statua scolpita nell'ombra.

Lei si avvicinò.

Non troppo.

Quanto bastava per farsi sentire.

«Non hai niente da dire?» chiese, cercando di sembrare indifferente.

Kael non si voltò. «Dovrei?»

«Di solito parli sempre.»

«Oggi no.»

«Perché?»

Kael fece un respiro lento. «Perché hai chiesto distanza.»

Elira sentì un nodo alla gola. «E quindi... mi ignori?»

«Sto rispettando ciò che vuoi.»

«Non è ciò che voglio.»

Kael si voltò.

Finalmente.

E i suoi occhi erano scuri, profondi, trattenuti.

«Allora cosa vuoi, Elira?»

Lei aprì la bocca.

Nessuna parola uscì.

Kael annuì, come se avesse previsto tutto. «Esatto.»

E aggiunse, con una calma che la fece tremare:

«Quando saprai rispondere... io sarò qui.»

Poi si allontanò.

Senza guardarla.

Senza voltarsi.

E per la prima volta...

Elira si sentì davvero sola.

Non perché Kael fosse lontano.

Ma perché lui non la stava più inseguendo.

Il giorno seguente, il castello era in fermento.

Il principe Aeryn di Lorthen era diventato l'argomento di ogni conversazione: elegante, colto, affascinante, un perfetto futuro re.

E soprattutto: promesso sposo della principessa Elira.

Lei avrebbe dovuto sentirsi lusingata.

Avrebbe dovuto sentirsi fortunata.

Avrebbe dovuto sentirsi... qualsiasi cosa.

Invece sentiva solo un vuoto irritante.

Un vuoto che aveva la forma di un paio di occhi scuri.

Ma quella mattina prese una decisione.

Una decisione stupida, impulsiva, infantile.

Eppure inevitabile.

Avrebbe dato corda ad Aeryn.

Tutta la corda possibile.

Fino a soffocare Kael.

Aeryn la raggiunse nei giardini, dove lei passeggiava con un libro in mano.

Un libro che non stava leggendo.

«Principessa Elira» disse lui, con un sorriso impeccabile. «Posso accompagnarvi?»

Lei sollevò lo sguardo, dolce come non era mai stata. «Mi farebbe piacere.»

Aeryn le offrì il braccio.

Lei lo prese.

Con grazia.

Con eleganza.

Con intenzione.

E Kael?

Era dall'altra parte del giardino, intento a sistemare alcune decorazioni per la festa serale.

Non la guardava.

Non si voltava.

Non faceva un passo.

Ma Elira sapeva che la vedeva.

Lo sentiva.

«Il vostro giardino è magnifico» disse Aeryn, mentre camminavano tra le rose. «Ma nessun fiore è paragonabile a voi.»

Elira sorrise.

Un sorriso esagerato, teatrale, quasi ridicolo.

Perfetto per ferire.

«Siete molto gentile, principe Aeryn.»

Kael non si mosse.

Non reagì.

Non cambiò espressione.

E questo la irritò ancora di più.

«Vi andrebbe una passeggiata più lunga?» chiese Aeryn.

«Certo» rispose lei, con una voce più dolce del miele. «Mi piace stare in vostra compagnia.»

Kael strinse la corda che stava tirando.

Forte.

Troppo forte.

La corda si spezzò.

Aeryn si voltò verso il rumore. «Tutto bene?»

Kael annuì, senza guardare Elira. «Benissimo.»

Elira sentì un brivido.

Non di paura.

Di soddisfazione.

Durante il pranzo, Elira si sedette accanto ad Aeryn.

Non era obbligata.

Non era previsto.

Lo fece apposta.

«Il vostro regno dev'essere affascinante» disse lei, inclinando leggermente la testa.

«Spero di potervelo mostrare un giorno» rispose Aeryn, con un sorriso sincero.

Kael era dall'altra parte della sala, intento a servire vino ai nobili.

Non la guardava.

Non la cercava.

Ma quando Aeryn le sfiorò la mano...

Kael rovesciò una caraffa.

«Attento» disse un consigliere, infastidito.

Kael non rispose.

Non si scusò.

Non si mosse.

Elira lo guardò.

Lui guardò il tavolo.

Non lei.

E questo la fece impazzire.

Nel pomeriggio, Aeryn le offrì un dono: un bracciale d'argento finemente lavorato.

«Per voi, principessa. Un simbolo della nostra futura unione.»

Elira lo prese.

Lo indossò.

E sorrise.

«È bellissimo.»

Kael era dietro di loro, intento a sistemare dei drappi.

Non disse nulla.

Non fece nulla.

Ma la stoffa tra le sue mani si strappò.

Elira lo vide.

E il cuore le si strinse.

Non perché provasse pena.

Ma perché, per la prima volta, capì una cosa: Kael non era indifferente.

Kael stava soffrendo in silenzio.

E lei lo stava facendo apposta.

Aeryn le prese la mano. «Vi piacerebbe fare una passeggiata al tramonto?»

Elira aprì la bocca per rispondere.

Ma Kael, senza voltarsi, disse:

«La principessa ha altri impegni.»

Aeryn si irrigidì. «E chi sei tu per—»

Kael si voltò.

Lento.

Calmo.

Pericoloso.

«Sono colui che conosce la sua agenda meglio di chiunque altro.

Elira sentì il cuore esplodere.

Non per le parole.

Per lo sguardo.

Uno sguardo che diceva tutto ciò che lui non poteva dire.

Aeryn la guardò, confuso. «È vero principessa? Avete impegni?»

Elira guardò Kael.

Lui non la guardava.

Fingeva indifferenza.

Ma la mascella serrata lo tradiva.

E allora decise di colpirlo.

Di colpirlo forte.

«No» disse lei, con voce limpida. «Non ho nessun impegno.»

Kael si irrigidì.

Appena.

Un movimento minuscolo.

Ma per lei fu come un grido.

Aeryn sorrise. «Allora vi andrebbe la passeggiata?»

Elira non distolse lo sguardo da Kael.

«Sì. Mi andrebbe molto.»

Kael chiuse gli occhi un istante.

Come se quelle parole fossero un colpo al petto.

Aeryn le offrì il braccio.

Elira lo prese.

Con grazia.

Con intenzione.

E Kael...

Kael rimase immobile.

Non disse nulla.

Non fece nulla.

Ma le sue mani tremavano.

Camminarono nei giardini.

Aeryn parlava.

Elira annuiva.

Rideva.

Si avvicinava.

Ma ogni gesto era rivolto a un'ombra che li seguiva da lontano.

Kael.

Sempre presente.

Sempre distante.

Sempre più teso.

Quando Aeryn le sfiorò la mano, Kael si fermò.

Si voltò dall'altra parte.

Come se non potesse guardare.

Elira sentì un brivido.

Non di piacere.

Di potere.

E questo la spaventò.

Al ritorno, Aeryn le prese la mano.

«Spero che vorrete concedermi altre passeggiate, principessa.»

Elira sorrise. «Molto volentieri.»

Kael era a pochi passi.

Non si voltò.

Non reagì.

E allora Elira decise di colpire ancora.

«Principe Aeryn» disse, con voce dolce. «Forse potremmo cenare insieme questa sera.»

Kael lasciò cadere la corda che stava tenendo.

Non per errore.

Perché la sua mano si era chiusa a pugno.

Aeryn sorrise. «Sarebbe un onore.»

Kael si voltò.

Finalmente.

Con occhi che...

Non erano lucidi.

Non erano tristi.

Erano furiosi.

Kael lo interruppe senza nemmeno guardarlo.

«Il consigliere reale ti sta cercando. Urgente.»

Aeryn si voltò di scatto. «Cosa? Perché?»

Kael scrollò una spalla.

Un gesto lento, strafottente.

«Non lo so. Ma sembrava... molto insistente.»

Aeryn esitò.

Poi si voltò verso Elira. «Mi perdonerete? Torno subito.»

«Certo» disse lei, dolce. «Vi aspetto.»

Aeryn si allontanò in fretta. 

Elira lo guardò sparire dietro l'angolo.

Poi si voltò verso Kael.

«Non c'è nessun consigliere che lo cerca» disse lei, fredda.

Kael sollevò finalmente lo sguardo.

Uno sguardo lento, sicuro, pericoloso.

«Lo so.»

«Hai mentito.»

«Sì.»

«Perché?»

Kael fece un passo verso di lei.

Non troppo.

Quanto basta per farle sentire il calore del suo corpo.

«Perché non avevo voglia di sentirti ridacchiare al suo braccio.»

Elira arrossì. «Non puoi decidere tu cosa faccio.»

«Infatti non decido.»

Un mezzo sorriso, arrogante.

«Mi limito a... gestire.»

«Gestire cosa?»

«Le situazioni inutili.»

Elira strinse la rosa tra le dita. «Aeryn non è inutile.»

Kael inclinò la testa.

Uno sguardo lento, che la spogliava senza toccarla.

«Per te sì.»

Lei trattenne il fiato. «Non è vero.»

«Certo che lo è.»

Un passo avanti.

«Se ti interessasse davvero... non saresti qui a guardare me.»

Elira si morse il labbro. «Non ti sto guardando.»

«Menti troppo male Principessa .»

Lei fece un passo indietro. «Non puoi allontanarlo ogni volta.»

«Non ogni volta.»

Kael sorrise.

«Solo quando mi annoia.»

Elira sentì un brivido.

Di rabbia.

Di eccitazione.

Di confusione.

«Sei insopportabile.»

«Lo so.»

«E arrogante.»

«So anche questo.»

«E non hai nessun diritto di—»

Kael la interruppe.

Non con le parole.

Con lo sguardo.

Uno sguardo che diceva: so esattamente cosa stai facendo.

«Vai a cena con lui» disse, improvvisamente calmo. «Fai la principessa perfetta. Sorridi. Ridacchia. Fagli credere che ti interessa.»

Elira lo fissò, sorpresa. «Perché dovrei?»

Kael si avvicinò ancora.

La sua voce diventò bassa, profonda, sicura.

«Perché voglio vedere quanto riesci a fingere.»

Elira trattenne il respiro. «E se non stessi fingendo?»

Kael sorrise.

Un sorriso lento, da vero cattivo ragazzo.

«Allora sarò io a capirlo.»

E si voltò.

Andandosene.

Senza aspettare risposta.

Senza guardarla.

Lasciandola lì, con la rosa in mano e il cuore in subbuglio.

Quella sera, Elira si presentò alla cena con Aeryn.

Bellissima.

Perfetta.

Sorridente.

Una finta infatuata impeccabile.

E Kael?

Era dall'altra parte della sala.

Appoggiato a una colonna.

Braccia incrociate.

Sguardo scuro. 

Non la guardava.

Non la cercava.

Ma ogni volta che lei rideva a una battuta di Aeryn...

la mascella di Kael si stringeva.

Ogni volta che Aeryn le sfiorava la mano...

le dita di Kael tamburellavano sul braccio. 

Ogni volta che Elira si avvicinava troppo...

Kael distoglieva lo sguardo.

Non per indifferenza.

Per non fare qualcosa di cui si sarebbe pentito.

E Elira lo sapeva.

Lo sentiva.

Lo voleva.

La cena era iniziata da pochi minuti e già Elira stava recitando la parte della finta infatuata alla perfezione.

Sorrisi dolci.

Risatine leggere.

Sguardi lunghi verso Aeryn.

E Kael?

Appoggiato a una colonna.

Braccia incrociate.

Sguardo basso.

Aria di uno che si annoia mortalmente.

Ma Elira lo vedeva.

Lo sentiva.

Ogni volta che lei rideva, la mascella di Kael si stringeva.

Ogni volta che Aeryn le sfiorava la mano, le dita di Kael tamburellavano sul braccio.

Ogni volta che lei si avvicinava troppo... Kael distoglieva lo sguardo.

Non per indifferenza.

Per non fare una scenata.

E questo lo rendeva ancora più pericoloso.

Aeryn le versò del vino. «Spero che la serata sia di vostro gradimento.»

Elira sorrise. «Molto. La vostra compagnia è... piacevole.»

Kael sollevò lo sguardo.

Lento.

Tagliente.

Come una lama che si sveglia.

Elira decise di colpire più forte.

«Principe Aeryn» disse, inclinando la testa. «Mi raccontate ancora del vostro regno? Mi affascina.»

Aeryn si illuminò. «Con piacere.»

Kael sbuffò.

Un suono breve, basso, quasi impercettibile.

Ma Elira lo sentì come un tuono.

Lei continuò.

«E magari... dopo cena, potremmo fare una passeggiata?»

Aeryn sorrise. «Sarebbe un onore.»

Kael si staccò dalla colonna.

Non di scatto.

Non con rabbia.

Con calma.

Con sicurezza.

Con quella strafottenza che gli apparteneva.

Si avvicinò al tavolo.

Non guardò Aeryn.

Non guardò Elira.

Guardò il calice del principe.

«Il vino è sbagliato» disse, come se fosse un dato di fatto.

Aeryn si irrigidì. «Come scusa?»

Kael prese il calice, lo annusò appena.

«Troppo forte per una passeggiata dopo cena. Ti farà venire mal di testa.»

Aeryn si confuse. «Io... non credo—»

«Il consigliere reale vi sta nuovamente cercando» disse Kael, con la stessa voce calma di prima. «Ha detto che è urgente.»

Aeryn si alzò di scatto. «Di nuovo? Per cosa?»

Kael scrollò una spalla.

«Non lo so. Ma sembrava... molto agitato.»

Aeryn guardò Elira. «Mi perdonerete? Torno subito.»

«Certo» disse lei, dolce. «Vi aspetto.»

Aeryn si allontanò.

Elira si voltò verso Kael.

«Lo hai fatto di nuovo.»

Kael sorrise.

Un sorriso lento.

Sicuro.

Arrogante.

«Esatto.»

«Perché?»

Kael si avvicinò.

Non troppo.

Quanto basta per farle sentire il calore del suo corpo.

«Perché mi annoiava.»

Elira arrossì. «Non puoi decidere tu cosa faccio.»

«Infatti non decido.»

Un mezzo sorriso.

«Mi limito a... eliminare le distrazioni.»

«Aeryn non è una distrazione.»

Kael la guardò.

Uno sguardo lento, profondo, che la spogliava senza toccarla.

«Per te sì.»

Lei trattenne il fiato. «Non è vero.»

«Certo che lo è.»

Un passo avanti.

«Se ti interessasse davvero... non staresti provocando me.»

Elira si morse il labbro. «Non ti sto provocando.»

Kael rise.

Una risata bassa, incredula.

«Principessa... tu vivi per provocarmi.»

Lei fece un passo indietro. «Non è vero.»

«Allora perché ti tremano le dita?»

 Elira guardò la sua mano.

Tremava davvero.

«Non è per te» disse, acida.

Kael sorrise.

Un sorriso lento, sicuro, che la fece impazzire.

«Certo. Continua a ripeterlo.»

Elira lo fissò, furiosa. «Sei insopportabile.»

«Continua pure» disse, voltandosi. «Fammi vedere quanto riesci a fingere.»

E se ne andò.

Lento.

Sicuro.

Senza voltarsi.

Lasciandola lì, con il cuore in subbuglio.

Quando Aeryn tornò, lei lo accolse con un sorriso ancora più dolce.

Ancora più falso.

Ancora più velenoso.

«Principe Aeryn» disse, sfiorandogli il braccio. «Mi raccontate ancora del vostro regno? Mi interessa davvero.»

Kael, dall'altra parte della sala, si irrigidì.

Appena.

Un movimento minuscolo.

Ma Elira lo vide.

E il cuore le fece un balzo.

La cena volgeva al termine.

Le candele si erano abbassate, la musica era più lenta, i nobili iniziavano a lasciare la sala.

Elira era ancora accanto ad Aeryn, perfetta nel suo ruolo di principessa affascinata.

Sorrisi dolci.

Risatine leggere.

Sguardi lunghi.

E Kael?

Appoggiato a una colonna.

Braccia incrociate.

Sguardo basso.

Aria annoiata.

Aeryn si alzò per salutarla. «È stata una serata splendida, principessa.»

Elira sorrise. «Lo è stata davvero.»

Poi fece qualcosa che nessuno si aspettava.

Si avvicinò.

Molto.

Troppo.

E gli diede un bacio sulla guancia.

Un bacio lento.

Elegante.

Perfetto.

Ma non guardò Aeryn.

Guardò Kael.

Dritto negli occhi.

Kael si irrigidì.

Appena.

Aeryn arrossì. «Principessa... è stato un onore.»

«Il piacere è stato mio» disse lei, senza distogliere lo sguardo da Kael.

Kael non si mosse.

Non cambiò espressione.

Non fece nulla.

Ma i suoi occhi...

i suoi occhi erano una tempesta.

Quando Aeryn si allontanò, Elira rimase immobile.

Kael non si avvicinò subito.

Non fece il primo passo.

Aspettò.

Aspettò che la sala si svuotasse.

Aspettò che nessuno potesse vederli.

Aspettò che lei restasse sola.

Poi si mosse.

Lento.

Sicuro.

Pericoloso.

«Bel numero» disse, con voce bassa, strafottente. «Molto teatrale.» 

Elira sollevò il mento. «Non era un numero.»

«Certo.»

Un mezzo sorriso.

«E io sono il re.»

Lei incrociò le braccia. 

Kael si avvicinò di un passo.

«Sono stufo.»

«Di cosa?»

«Delle tue recite.»

«Ti sbagli...non sto recitando.»

«Principessa... tu reciti anche quando respiri.»

Lei arrossì di rabbia. «Non parlarmi così.»

«Posso eccome.»

«E perché?»

Kael si avvicinò ancora.

Questa volta davvero vicino.

La sua voce diventò un sussurro tagliente.

«Perché so esattamente cosa vuoi.»

Elira trattenne il fiato. «E cosa vorrei?»

Kael non rispose.

Non con le parole.

Le prese il mento tra due dita.

Un gesto rapido.

Sicuro.

Controllato.

E le rubò un bacio.

Non un bacio dolce.

Non un bacio romantico.

Un bacio breve, deciso, di sfida.

Un bacio che diceva:

"Smettila di mentire."

"Smettila di provocare."

"Smettila di fingere che non mi vuoi."

Poi si staccò.

Lento.

Sicuro.

Senza un filo di esitazione.

«La prossima volta» disse, con voce bassa, «prova a baciare lui guardando me. Vediamo se ti riesce ancora.»

E se ne andò.

Lasciandola lì.

Senza fiato.

Senza parole.

Senza difese.

L’amore Proibito della Principessa. testo di Deysiel
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